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Lavorare stanca?

Presentiamo qui un brano del Dialogo sul lavoro e la felicità è un testo di Paolo Iacci e Umberto Galimberti pubblicato nel 2021 a Milano da Egea. Il brano scelto presenta i mutamenti che nel XXI secolo avvengono nella mentalità di organizzazione delle aziende. Del lavoro nessuna compagine umana può fare a meno, il professor Galimberti chiama questa affermazione “principio di realtà”. Ma l’evoluzione delle cose, ci pone di fronte anche alla questione della soddisfazione, della felicità che il lavoro ci può e ci deve dare. Non possiamo essere felici, malgrado il lavoro, cioè nel tempo libero. È possibile nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole di oggi lavorare e studiare con soddisfazione?

La discussione tra Paolo Iacci, esperto di risorse umane, e Umberto Galimberti, filosofo, accademico e psicoanalista, non offre facili soluzioni, ma spunti per riflettere sull’attuale sistema di produzione e sugli ostacoli che impediscono all’uomo di realizzare sé stesso ed essere felice.

In ItalianaContemporanea questo dialogo è rubricato nella pagina “Lavoro e felicità“.


Paolo Iacci. Se guardiamo le modalità di conduzione delle imprese durante il secolo scorso, possiamo distinguere due grandi epoche. La prima, quella del capitalismo manageriale, iniziata nei primi anni Trenta, fu contraddistinta dalla presa d’atto – all’epoca rivoluzionaria – che le imprese dovessero avere un management professionale e che questo dovesse essere tendenzialmente separato dalla proprietà. Prima di allora non esisteva né la figura del manager né un approccio professionale alla conduzione d’impresa. Una seconda epoca, che potremmo definire come quella del «primato degli azionisti», che ha preso l’avvio con la seconda metà degli anni Settanta, sottolineava in maniera assai più netta come lo scopo dell’impresa fosse la produzione di valore per gli azionisti. Se le imprese perseguono questo obiettivo, si affermava, sia le aziende sia l’intera società ne avrebbero tratto vantaggio. È di quegli anni la cosiddetta «teoria dell’agenzia», secondo la quale i manager di professione, che avrebbero dovuto agire nell’interesse della proprietà, in realtà in molti casi perseguivano soprattutto i propri interessi. I più importanti sostenitori di questa svolta furono Milton Friedman e la scuola di Chicago. I vertici manageriali delle imprese si dovettero così allineare in maniera più decisa e rigorosa ai voleri dei rispettivi consigli di amministrazione e, all’insegna della massimizzazione degli interessi degli investitori, si diede un enorme spazio alla finanza speculativa e alla prevalenza dei mercati borsistici rispetto agli interessi di tutti gli altri protagonisti dell’impresa. Il nuovo secolo sembra aprirsi con l’avvio di una terza epoca che io definirei quella del «capitalismo degli stakeholder». Il 19 agosto del 2019 a New York si è tenuta una riunione della Business Roundtable, l’associazione che raduna i vertici delle 200 più grandi aziende americane. Come ogni anno, l’associazione pubblica un suo documento che definisce le linee programmatiche che i vertici delle imprese si impegnano a seguire nella loro conduzione d’impresa. Nel 2019 si è definita una vera e propria rivoluzione copernicana. L’interesse degli azionisti non sarà più l’unico criterio cui attenersi, ma le decisioni dei vertici aziendali dovranno tener conto dell’interesse di tutti i soggetti che rendono possibile la vita dell’impresa stessa. «Ogni impresa – recita il documento – deve avere come scopo quello di arricchire la vita dei propri dipendenti, dei consumatori, dei fornitori, delle comunità, servendo gli azionisti in modo etico e rispettando l’ambiente». La finanza speculativa, nella sua ingordigia e pervasività, ha determinato diseguaglianze eccessive, i dipendenti sono troppo demotivati, la società troppo dilaniata e l’ambiente troppo degradato per pensare di poter continuare così all’infinito. In questo quadro dobbiamo ripensare a nuove forme di organizzazione del lavoro, non più basate sul paradigma del comando/controllo, che siano contraddistinte da maggior delega, più ampia autonomia delle persone e maggiore attenzione alla loro motivazione e alla soggettività dell’individuo. La tecnica continuerà a proseguire nel suo sviluppo auto-referenziato, ma i luoghi di lavoro, per poter funzionare, dovranno dare spazio anche alla dimensione emotiva e non unicamente a quella razionale e tecnocratica. In questo senso, l’idea dei luoghi di lavoro come ambiti anche di educazione sentimentale trova un suo alveo di possibilità concreta di applicazione.

Umberto Galimberti. A questo proposito dobbiamo anche distinguere una cosa molto importante, ossia differenziare le emozioni dalle più primitive pulsioni che, per natura, tutti noi abbiamo. Se un ragazzo si ferma a livello pulsionale, viene definito «bullo» e la scuola lo espelle (quando invece dovrebbe a maggior ragione trattenerlo, per portarlo al livello superiore che è il livello delle emozioni). L’emozione è in parte naturale e in parte culturale; è naturale perché un individuo viene colpito da un evento e prova un’emozione, quindi la reazione emozionale è piuttosto passiva. Tuttavia, è anche culturale perché ciò che suscita emozione in un occidentale non è affatto detto che determini la stessa reazione in un mussulmano o in un cinese. A maggior ragione i sentimenti sono un fenomeno prettamente culturale, che l’individuo non riceve per natura. I sentimenti si apprendono. Tutte le tribù primitive hanno creato miti per insegnare la differenza tra puro e impuro, tra sacro e profano, fra giusto e ingiusto. La mitologia classica è un esempio grandioso di descrizione accurata e completa di tutti i sentimenti e tutte le passioni umane: Zeus rappresenta il potere, Atena l’intelligenza, Afrodite la sessualità, Ares l’aggressività, Apollo la bellezza, Dioniso la follia ecc. Straordinaria forma di rappresentazione dei sentimenti. Oggi non possiamo più imparare le cose dai miti, però possiamo ugualmente accedere a un serbatoio meraviglioso che è la letteratura; in un testo letterario possiamo imparare che cos’è l’amore in tutte le sue coniugazioni, che cos’è il dolore in tutte le sue declinazioni, che cos’è la gioia, la disperazione, la speranza, la noia, lo spleen, la tragedia, il suicidio. Quindi bisognerebbe riempire le scuole di letteratura perché i sentimenti si imparano, ci si educa al sentimento per non restare bulli in preda all’aggressività delle pulsioni. Bisogna insegnare i sentimenti, perché chi li ha non commette delitti efferati e gratuiti, non dà fuoco a una persona inerme che dorme su una panchina, non percuote un handicappato. Ecco perché la scuola – così come l’azienda – si deve riempire di sentimenti, perché lavorare senza sentimento, senza passione, senza gusto vuol dire essere schiavi di un lavoro alienato. L’alienazione comincia proprio da qui: non è solo quella descritta da Marx, per il quale il lavoratore è un soggetto alienato dal momento che produce più di quel che guadagna. Ma il problema peggiore, l’alienazione più radicale è quella di lavorare per altri senza realizzare noi stessi, come si diceva poc’anzi, e soprattutto senza una partecipazione emotiva e sentimentale. Ma come è possibile essere consapevoli dei propri sentimenti senza averli imparati? Io sostengo che tutte le scuole, di ogni ordine e grado, dal liceo classico all’istituto tecnico, debbano essere scuole di formazione e non per acquisire competenze che verranno insegnate all’università. Ma se la letteratura non viene «frequentata» e i libri non vengono letti, se la scuola disamora, allora il sentimento non si forma. E se la cultura non interviene, i ragazzi rimangono a livello d’impulso o al massimo di emozione. I libri non servono per sapere ma per pensare, e pensare significa sottrarsi all’adesione acritica per aprirsi alla domanda, significa interrogare le cose al di là del loro significato abituale reso stabile dalla pigrizia dell’abitudine; è evitare che i testi divengano testi sacri per coscienze beate che, rinunciando al rischio dell’interrogazione, confondono la sincerità dell’adesione con la profondità del sonno. Da qui la necessità di educare al sentimento, a partire dalle favole per bambini dove si impara che cosa è bene e che cosa è male, e poi, crescendo, con la scuola dove dalla letteratura si apprende tutta la gamma dei sentimenti, i loro nomi e i loro possibili percorsi. E solo grazie a questo corredo culturale si acquisisce quella sensibilità psichica capace di distinguere il bene dal male, l’amore dall’odio, la partecipazione da l’indifferenza.

La famiglia e la scuola oggi educano al sentimento? Questa è la domanda da rivolgere alle nostre istituzioni educative. Questo vale anche per le organizzazioni perché formare l’uomo, la sua essenza sentimentale, è un compito primario: le competenze, certo, devono essere acquisite ma senza un’educazione sentimentale adeguata si avranno manager feroci, cattivi, privi di sentimento, che costringeranno i loro sottoposti a una forma intollerabile di alienazione. Questa dinamica è doppiamente negativa perché, oltre ad agire contro il benessere di chi lavora, si ripercuote sull’attività dell’azienda nel suo complesso, rendendola improduttiva; si rivolta quindi contro lo scopo stesso per cui l’impresa esiste.

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