Lavorare nell'era digitale

Webfare. Il valore umano

Webfare. Il valore umano. Tra smart war e smart work con l’avvento del digitale cresce il ruolo dell’homo consumens. L’intervento di Maurizio Ferraris al convegno Working in digital age, organizzato dall’Università di Torino il 24-25 marzo 2022. Si tratta di un saggio pubblicato su La Stampa del 25 marzo 2022. Su ItalianaContemporanea è pubblicato nella pagina “Lavoro e felicità“.


Dopo due anni di smart work, siamo a un mese di smart war. Perché la guerra in corso, con i suoi missili ipersonici, gli antimissili “lancia e dimentica” e le battaglie informatiche è una guerra tecnologica in cui, semmai, ci si stupisce del fatto che entrino in scena tecnologie che consideravamo superate, come i carri armati. Ma, sia chiaro, dai tempi della lama fatta con la mandibola di un asino con cui Caino uccise Abele, ogni guerra è tecnologica, così come ogni lavoro, e la priorità cronologica spetta alla guerra. La prima arma precedette il primo attrezzo, come la caccia precedette l’agricoltura, e gli attrezzi possono sempre riconvertirsi in armi, lo dimostrano le storie delle rivolte contadine. Non si tratta di distinguere tra guerre tecnologiche e guerre a mani nude, ma tra guerre più o meno tecnologicamente avanzate. Se lo facciamo potremo vedere, nello specchio della guerra, senza abbellimenti né illusioni, lo stato della società e della tecnica.

Le notizie dall’Ucraina (e non dalla Russia, sia detto a beneficio di chi sostiene che le responsabilità sono equamente ripartite) suggeriscono che la guerra può essere automatizzata, e bastano pochi soldati per combatterla. Forse troppo pochi, se è vero che i russi hanno elaborato la teoria di una guerra senza soldati, solo con macchinari, che per il momento si è rivelata insufficiente, probabilmente per un difetto dell’automazione: proprio come tutt’ora, ma per non molto, abbiamo bisogno di rider. Quanto dire che se la guerra di materiali di cent’anni fa, le tempeste d’acciaio di cui scrisse Jünger, riproduceva le condizioni delle fabbriche del tempo, cui necessitavano di milioni uomini per lavori privi di gloria anche se non di pericolo, la guerra oggi non ha più bisogno di così tanti umani come pezzi della macchina per uccidere. Sin qui l’ovvio.

Ma che cosa potrebbero raccontarci queste storie di guerra sull’evoluzione della società e del lavoro? Questo: la smart war resta una guerra, e come tale una sporca guerra, sebbene i morti tra i militari si riducano. Lo smart work segue lo stesso destino. C’è sempre meno bisogno di lavoratori (produttori e distributori), ma restano insostituibili i consumatori.

È di qui che può prendere avvio un ragionamento sul futuro del lavoro, tenendo presenti due punti. Primo: un computer non ha un corpo, non può morire, può essere riparato e riprendere a funzionare. Non subisce la pressione della fame, della prospettiva di una fine irreversibile; dunque, non potrà coltivare sogni di potenza per rimediare alla paura. Per questo ha torto chi prospetta un futuro governato dai computer. Purtroppo, o per fortuna, continueremo a essere governati da umani, e dalle loro paure sempre pronte a trasformarsi in aggressione. Secondo: la tecnologia potrà avanzare, ma solo in una direzione, quella dell’attività. Si produrranno macchine per uccidere, ma le macchine non potranno essere uccise. È orrendo ma è vero: una guerra tra sole macchine, senza l’uccisione di un umano, è tanto poco concepibile quanto un’economia di sole macchine, senza l’esito ultimo del rispondere ai bisogni di un umano. Ora, proprio ciò che determina la tragedia della guerra può venire trasformato in una prospettiva carica di speranza per l’umanità, che per nostra fortuna è insostituibile non solo come bersaglio di sistemi d’arma sempre più sofisticati, ma anche come beneficiari di sistemi di produzione e distribuzione di beni e di servizi. Mi spiego. Un punto su cui tutti conveniamo è che l’homo faber è una specie in via di estinzione. Non significa, necessariamente, che scompaiano forme di lavoro primitivo così come forme di guerra primitive. In qualunque conflitto ci sarà uno scontro all’arma bianca, e in ogni sistema economico ci sarà un fattorino, ma sarà l’eccezione, non la norma. Un’eccezione a cui nessuno potrebbe desiderare di far ritorno; sia detto per chi rimpiange i lavori di una volta: non è concettualmente diverso dal rimpiangere le guerre di una volta.

Dopo l’ovvia constatazione della scomparsa dell’homo faber, però, gli analisti della guerra e quelli del lavoro divergono. E spesso questi ultimi suggeriscono che, finita l’epoca della ripetitività, il lavoro entrerà nell’epoca della creatività. Ora, un lavoro in cui tutti siano creativi non è diverso da una guerra in cui tutti siano Annibale e Napoleone, è un sogno poco intelligente che ha potuto venir sognato solo perché gli umani adorano le dicotomie, e sono quindi portati a concludere che scomparso l’homo faber sarebbe scoccata l’ora dell’homo sapiens. Non è così. Non c’è guerra che non si concluda con almeno un morto, sia pure ritualizzato, come negli scacchi: Sh?h M?t, il re è morto. E non c’è lavoro che non abbia come fine, prossimo e palese (un ristorante, un bar) o remoto e mascherato (l’Accademia delle scienze di Stoccolma, Wall Street, i Berliner Filarmoniker) la soddisfazione dei bisogni fisiologici, cioè la vita, di un umano.
Se scompare l’homo faber non è che ci troviamo trasformati in homo sapiens: restiamo ignoranti e stupidi come prima, se non abbiamo cercato di por rimedio alla situazione; il solo vantaggio in termini di sapere è la scoperta di non essere più necessari come produttori, ma di rimanere indispensabili come consumatori, perché il consumo non può venire automatizzato. Proprio come la morte: non potrò delegare un robot a morire al mio posto, sebbene lo possa delegare a uccidere al mio posto. C’è tuttavia un’ultima, e cruciale, differenza. Il consumo, in guerra, produce disvalore: statistiche di morti e feriti, ormai in larga parte civili e di ogni fascia d’età. Mentre il consumo, in pace, produce valore, quando viene registrato sul web. Qui l’umanità riversa interessi, desideri, l’enorme produzione simbolica che caratterizza dei viventi che, per sopperire alle proprie insufficienze, si sono muniti di supplementi tecnici, e che oggi, grazie al digitale che registra tutto, si trasformano in un capitale di nuovo tipo, nel grande archivio delle forme di vita umana che permette l’automazione e la profilazione dei processi, creando un patrimonio che nasce dall’umanità e deve essere restituito all’umanità. Faremmo bene a riflettere su questo aspetto, per pensare a un lavoro del futuro, e a un futuro che non sarà senza lavoro ma sperabilmente sarà senza guerra, perché l’umanità può delegare alle macchine la produzione di beni, ma non la produzione di valori.

Che la pace sia meglio della guerra è banalmente vero; che l’homo sapiens succeda necessariamente all’homo faber è banalmente falso (ma i fautori della creatività sul lavoro non sembrano essersene accorti); che la produzione e la distribuzione non possano fare a meno dell’homo consumens è, di nuovo, banalmente vero, anche se il consumo gode di pessima e immeritata stampa. Quello che non pensiamo a sufficienza e che è indispensabile per concepire il lavoro del futuro e il futuro del lavoro è che l’homo consumens, nel momento in cui il consumo è registrato, e dunque capitalizzato, è anche un homo valens, un produttore di valori. Non solo nel senso, vero da sempre, per cui senza umani da tenere in vita non ci può essere valore economico più di quanto senza umani cui dare la morte o disposti a farsi ammazzare ci possa essere valore militare. Ma soprattutto nel senso, vero da quando il digitale ha invaso le nostre vite, che il consumo è a sua volta produttore di valore, e più precisamente è il grande lavoro fondamentale di una umanità che ha automatizzato la produzione e la distribuzione; e che può ritornare per intero all’umanità, se riusciremo a far sì, attraverso l’ideazione di piattaforme civiche e umanitarie, che di questo valore non profittino soltanto le piattaforme commerciali. E visto che un’umanità senza paura (per esempio, di perdere il lavoro) è anche un’umanità senza guerra, si creerebbe l’occasione perché, messi nel capanno degli attrezzi tanto l’homo faber quanto l’homo necans, e riconosciuti i meriti dell’homo consumens, si possano compiere i primi passi del lunghissimo cammino che porta all’homo sapiens.

Guida alla lettura

Questo testo ottiene un indice di leggibilità piuttosto basso (52 su 100 calcolato con Farfalla-Project). Potete provare a migliorarlo, agendo soprattutto sulla lunghezza dei paragrafi (diversi paragrafi contengono più di 150 parole, che è il massimo suggerito, e sulla lunghezza delle frasi.

Total Page Visits: 142 - Today Page Visits: 1
Author: Redazione