Sfida in miniera

Uno strepitoso gruppo di capitoli in Per una giusta causa (II, 47-52), il primo romanzo della dilogia di Vasilij Grossman, è dedicato al racconto delle retrovie del fronte. Sono pagine che raramente si trovano in un’opera letteraria: è il racconto del lavoro dei minatori, della sua durezza, certo, ma anche della soddisfazione che ne può scaturire. Prende corpo qui, e non è l’unico luogo del testo, il tema del lavoro come sfida da condurre con abilità e competenza, come fonte di soddisfazione personale. Il racconto non tace le pesantissime condizioni del lavoro, determinate dall’arretratezza secolare cui si aggiunge l’ottusa condotta dei dirigenti. Le pagine di riflessione sul lavoro non sono stupida propaganda  stacanovista, non hanno niente a che vedere con il “realismo socialista”. Sono piuttosto il racconto del lavoro umano, di tutto il lavoro umano. Non solo quello di chi svolge un lavoro qualificato, un’attività creativa, ma anche il mestiere di chi lavora in una miniera.

L’episodio si svolge nelle retrovie sugli Urali. Bisogna produrre più carbone. Le fabbriche di carri armati hanno fame di energia. In miniera è necessario fare un sondaggio per individuare un altro giacimento di carbone. Ivan Novikov, fratello dell’altro Novikov comandante di blindati al fronte di Stalingrado,  è il caposquadra e prende su du sé il lavoro rischioso del sondaggio*.

Il testo è rubricato nella pagina “Lavoro e felicità“.


I minatori sentivano la vicinanza del giacimento. Dai fori di prova usciva gas e l’acqua portava con sé frammenti di roccia.

Un soffio si avvertiva in alto nella copertura: un refolo di gas invisibile aleggiava nella galleria con un fischio leggero e inquietante. Avvicinando una lampada si vedevano scaglie di polvere scistosa sgorgare dalla fessura. I capelli biondi di Niura Lopatina s’agitavano come mossi da una brezza leggera. Il controllore del gas era venuto a prendere delle misure prima dell’inizio del lavoro; nel suo indicatore la fiamma s’era rigonfiata, ingrandita, minacciosa, I minatori s’erano guardati e il controllore aveva domandato gravemente: – Hai visto, compagno Novikov? – Eccome, aveva risposto Novikov tranquillo, c’è del carbone là dentro, respira. – Hai capito cosa intendo? – Certo: significa che stiamo perforando nella giusta direzione. Sentite, disse rivolgendosi a Deviatkin e a Kotov, prima di continuare, facciamo a mano un sondaggio, un piccolo drenaggio, sarà più sicuro.

Il controllore disse: – Il capo della ventilazione, l’aveva consigliato anche lui. Chi va di fretta fa ridere la gente. – Questo non è poi così grave, disse Novikov, ma correre dei rischi inutili, sarebbe proprio stupido. Braginskaija chiese: – È pericoloso Ivan Pavlovič? Questi alzò le spalle. Poteva succedere di tutto. Alla Smolianka 11, una miniera difficile e calda dove aveva lavorato stando su un piano inclinato, c’era stata un’improvvisa fuga di gas e il cantiere era stato seppellito sotto decine di metri di polvere e detriti di carbone. Certo che c’era pericolo. Se fosse capitato loro qualcosa, ci sarebbe voluta una settimana per tirarli fuorui. Cantieri come quelli, la Sicurezza del lavoro li chiudeva per sempre. Aveva lavorato anche alla perforazione d’un pozzo alla miniera 17 e 17bis di Ručenkovo. Là c’erano gas come questi. Soffiavano così forte che non si sentiva la gente parlare. Le esplosioni avevano rotto il quadro di comando della perforatrice. Ma questo non gli avrebbe impedito di forare e trovare il giacimento. Non si potevamai dire. I gas in effetti rischiavano di rompere il rivestimento della galleria. Dopotutto lavoravano sottoterra, non in una fabbrica di dolci. Come rispondere ad una tale domanda? Là dove si trovava suo fratello il pericolo era ancora più grande. Braginskaija comprese la sua alzata di spalle, il suol sorriso silenzioso, e disse imbarazzata: – Là dov’era mio marito nessuno chiedeva se ci fosse pericolo.

Novikov guardò il viso dei minatori, muti e pensierosi; considerò la parte non rinforzata del cantiere, il soffitto basso, la roccia brillante di un lampo scuro e minaccioso, la perforatrice, il vagonetto vuoto portato per caricarci i residui della foratura, il legno della galleria umido e resinoso, e a voce bassa, quasi esitante, disse: – Bene, cominciamo. Lentamente, senza rumore come controvoglia andò alla perforatrice e cominciò a controllarla.

C’è una bellezza in questi primi momenti di lavoro, in questo primo gesto dell’operaio che tasta, che vince l’inerzia, che sembra dubitare della propria forza, mentre già ci crede; non è ancora pervaso dall’energia dell’attività che sta per iniziare, ma sente che sta per esserlo. Anche il macchinista d’un convoglio merci conosce questa sensazione, quando lascia il deposito e, prima di lanciare la sua locomotiva, sente la prima scossa del pistone. Il tornitore che osserva il lento avvio del movimento nella sua macchina utensile conosce anche lui questa sensazione d’inizio; così come il pilota d’un aereo che con un primo gesto, lento e meditativo, provoca il movimento ancora assonnato dell’elica. I fonditori ad un crogiolo davanti agli altiforni, i conduttori delle scavatrici e dei trattori, gli idraulici che stringono la loro chiave inglese, i falegnami che maneggiano la loro ascia, i perforatori che mettono in moto la loro macchina, tutti questi lavoratori conoscono questi primi movimenti che fanno nascere il ritmo e la potenza e la musica del lavoro. 

Quella notte il loro compito fu particolarmente difficile. Il ventilatore, che doveva migliorare la circolazione dell’aria funzionava male, il calore umido aveva un effetto snervante.  Nel cantiere vicino avevano fatto sondaggi con esplosivi, e così refoli di fumo denso penetravano nella galleria, e una nebbia bluastra gravava attorno alle lampade. In certi momenti si soffocava. Tutti avevano la gola irritata, respiravano a fatica, avevano desiderio di sedersi a riprender fiato. La superficie con l’aria fresca sembrava un miraggio irraggiungibile.

Novikov praticò un sondaggio in profondità: il lavoro avanzava veloce, niente disturbava la perforatrice il cui ronzio rassicurante era regolare, scontroso e imbronciato, come se il calore e la mancanza d’aria avesse rammollito il metallo.

(…)

Nelle scure profondità della roccia si nascondeva un giacimento di carbone: la punta della perforatrice cerca di raggiungerlo; era una lotta dove il più forte avrebbe avuto l’ultima parola.

(Ivan) si sentiva al culmine della sua forza, della sua potenza di lavoratore, la sola vera. La spendeva generosamente, senza lesinare, senza farsi domande.

Qui ebbe inizio qualcosa che ciascuno dei lavoratori presenti spiegava a suo modo, ma che restava un enigma. Novikov, quest’uomo dolce e delicato che replicava con bonomia alle punzecchiature di Latkov, che non alzava mai la voce, che non spingeva mai nessuno per entrare nell’ascensore, né in coda all’economato; quest’uomo che portava a spasso la sua bambina, che in assenza di sua moglie pelava le patate sulla soglia di casa da dove poteva controllare se il bucato fosse asciutto, in questo momento era completamente trasformato. Il suo viso era cambiato, gli occhi erano diventati più scuri, i suoi gesti, di solito lenti e tranquilli, erano svelti e bruschi; anche la sua voce era cambiata: rauca, veloce, dava soggezione.

Nella concitazione del momento tutti risero sentendo Latkov gridare: – Compagno ataman, rischiamo di essere seppelliti! E Niura Lopatina, venuta da un lontano Kolkoz vicino a Sartov, che spingeva un vagonetto pieno di rocce aiutata da Braginskaija, si girò verso Novikov e, vedendolo nella luce delle lampade madido di sudore ed acqua, schizzato di fango nero, disse: – Sembra Emel’Jan Pugačëv!

Guida alla lettura

La trasformazione di un uomo che sfida la materia bruta e la vince con la sua esperienza, la sua abilità nel maneggiare gli strumenti, la sua forza. La similitudine con gli ataman allude a chi? e Emel’Jan Pugačëv chi è?

Il racconto non tace le pesantissime condizioni del lavoro dei minatori: individuate i passi in cui è descritto il pericolo che incombe sui minatori.


* L’episodio è narrato nella seconda parte, cap.51 della traduzione francese di Luba Jurgenson, pubblicata a Losanna nel 2000 da L’Age d’Homme col titolo Pour une juste cause. La presente versione italiana è di Ferdinanda Cremascoli. L’immagine di copertina è di Sammy Sanders su Pixabay.com