La parola giusta

Stereotipi di genere, parla la linguista Vera Gheno: “Riprendiamoci il potere della parola giusta”. Stereotipi di genere, parla la linguista Vera Gheno: “Riprendiamoci il potere della parola giusta”. Intervista alla sociolinguista che da anni si interroga su un linguaggio più inclusivo che abbatta gli stereotipi di genere

Intervista di Costanza Baldini a Vera Gheno, pubblica su intoscana.it nel marzo 2021. Questo testo è qui rubricato nella pagina “Il genere linguistico


Nanni Moretti nel suo film capolavoro “Caro diario” diceva “Chi parla male, pensa male e vive male”. Il linguaggio descrive il mondo in cui viviamo e in base a come lo usiamo può cambiare la realtà che ci circonda. Il linguaggio è anche una delle poche cose che abbiamo il potere di controllare. La sociolinguista Vera Gheno da anni si batte per un linguaggio che sia più inclusivopartendo dal presupposto che ciò che può essere nominato con precisione si vede meglio. In una società normocentrica come la nostra ci sono categorie di persone che fino ad ora non avevano una definizione scevra da giudizi (omosessuali, transgender) e altre che ancora non ce l’hanno, per non parlare della “scomparsa del femminile” cioè della scarsa presenza delle donne a livello linguistico a causa dell’uso del maschile sovraesteso, cioè l’uso del maschile per le donne in molte professioni. Vera Gheno si pone molte domande e cerca di dare risposte a bisogni sempre più evidenti. Ecco l’intervista


Come mai dopo tanti anni la declinazione al femminile di parole come assessora, ministra, architetta, avvocata, ecc dà ancora così tanto fastidio?

Perchè noi esseri umani non siamo strutturalmente fatti per il cambiamento. Nel momento in cui siamo diventati fisicamente stanziali siamo diventati stanziali anche nel pensiero. Questo implica che facciamo molta fatica ad accettare i cambiamenti soprattutto quando toccano una cosa che ha una valenza identitaria così importante come il linguaggio. La questione infatti dei femminili professionali non è linguistica, da un punto di vista linguistico è lapalissiano, come diciamo maestra possiamo dire anche ministra, come diciamo infermiera dovremmo dire ingegnera. L’unica differenza è che ai primi siamo abituati perchè ci sono da sempre maestre e infermiere e ai secondi non siamo abituati perchè ministre e ingegnere sono tutto sommato delle novità. É solo una questione di abitudine non linguistica quanto piuttosto socio-culturale.

In questi giorni la lingua è uno degli argomenti di cui si parla di più, si parla molto della così detta Schwa come tentativo di rendere il linguaggio più inclusivo nei confronti delle minoranze, che ne pensi?

Siamo in una fase in cui larghe parti della società hanno preso atto del disagio di una parte della società per quanto minoritaria che ha a che fare con una lingua che ha due generi. La lingua italiana infatti ha i sostantivi che sono al maschile o al femminile. Esiste una minoranza tra l’1 e il 2 per cento che non si riconosce nel maschile e nel femminile e queste persone provano un disagio, non sanno come definirsi. Quindi si fanno dei tentativi, lo schwa non è l’unico, c’è l’asterisco, la chiocciolina, la X, tutta una serie di esperimenti. Lo schwa in questo momento ha più visibilità forse perchè ha il vantaggio di avere un suo suono e quindi uno lo può anche ‘dire’, non è impossibile da pronunciare, ma è un esperimento. Ha anche la valenza di un esperimento cioè è il segnale di una nuova sensibilità sociale su una questione. Io da linguista che lo usa e lo promulga in certi contesti non lo vedo come una soluzione definitiva, cioè che arriverà a norma e modificherà la grammatica. Ha il privilegio di portare l’attenzione su una questione per la quale ancora non c’è una soluzione. Se si sentirà il bisogno di creare un ‘nuovo neutro’ per indicare persone non binarie, magari nei prossimi decenni si troverà una soluzione, ma non so ancora in che direzione andremo.

L’Italiano è una lingua particolarmente difficile in questo senso? Per esempio in altre lingue come l’inglese è più facile usare una forma neutra?

Differenze tra le lingue ci sono sicuramente. Lingue diverse possono trovare soluzioni diverse a problemi e questioni. Però di per sè l’italiano non è una lingua sessista. Può essere sessista l’uso che se ne fa. L’inglese è diverso perchè è una lingua senza genere grammaticale, ha solo il pronome, e tra l’altro ha trovato subito una soluzione cioè usa il“They” per indicare una persona di genere indistinto. Tolto questo la questione non è tanto di sistemi linguistici quanto di volontà e quindi di società e cultura, di mentalità. Si può dire che forse l’Italia è una nazione con una mentalità più tradizionalista e quindi fa fatica a riflettere su questi usi linguistici.

Tu sei un’esperta del linguaggio dei social. Ultimamente le donne in una posizione di potere come le politiche ma non solo, sono sempre più spesso bersagliate da insulti. É un fenomeno che si lega anche a un maggiore uso del web nella nostra vita di tutti i giorni? I social hanno favorito questo tipo di comportamento?

È più facile perchè non bisogna spostarsi da casa, prima uno doveva andare a una manifestazione per far sentire la propria voce. Adesso da quel punto di vista è diventato più semplice. In realtà la tendenza a insultare il prossimo è antecedente all’uso dei social network. Non è che i social hanno creato l’insulto, hanno aperto dei nuovi canali attraverso i quali insultare e poterlo fare da casa rende tutto più semplice.

Mai come in questi giorni le donne hanno la possibilità di parlare e parlano e di conseguenza sempre più spesso sento la frase “Stai zitta”, la Murgia ha anche scritto un libro su questo. É stata detta anche a te in passato, cosa ne pensi?

È la prima reazione di fronte a una voce che non si ha voglia di ascoltare. Io ormai ci ho fatto il callo che ci sia qualcuno che mi dice di stare zitta. Lo si dice molto di più alle donne che agli uomini, c’è un pregiudizio di genere abbastanza grosso. Che altro dire? Io non sto zitta. C’è chi lo può dire fin che vuole ma l’importante è ricordarsi che non è certo un’altra persona e ancor meno un maschio che mi deve dire cosa devo o non devo dire. Io sono pienamente responsabile delle mie parole e chi mi dice stai zitta non mi sposta.

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Di Redazione

Già insegnante e dirigente nei Licei italiani, Ferdinanda Cremascoli è autrice di saggi pubblicati da La Nuova Italia, Bollati Boringhieri, Laterza sui temi della didattica della lingua e della letteratura italiana. Dal 2016 è admin di questo sito: https://www.italianacontemporanea.org.