Insegnare italiano agli italiani

Insegnare italiano agli italiani nel XXI secolo

Insegnare italiano agli italiani nel XXI secolo. Questa lettera aperta di Ferdinanda Cremascoli è stata pubblicata il 16 novembre 2016 su ItalianaContemporanea. Oggi il testo è rubricato nella pagina, L’italiano a scuola.


Care amiche e amici,

non vorrei sembrare polemica fin dalla prima riga, ma correrò il rischio. Da tempo ormai, passando per innumerevoli commissioni dell’Esame di Stato, ho maturato la convinzione che stiamo allevando troppi marmocchi viziati e ignoranti. Quindi stiamo buttando via il nostro tempo di insegnanti e le sostanziose risorse pubbliche che occorrono per la scuola.

Non voglio qui affrontare né il tema della riformabilità della scuola, né il tema delle cause del suo disfacimento. Sono sotto gli occhi di tutti. Prima fra tutte la trascuratezza pubblica verso la formazione degli insegnanti e l’articolazione del loro insostituibile (ho detto proprio insostituibile!) mestiere. E anche l’incapacità politica di immaginare una scuola sensata, a vari livelli di complessità, così da educare il maggior numero possibile di giovani e da prepararne alcuni ai livelli più alti. Intanto il bel risultato che abbiamo ottenuto è di dare quasi niente a quasi tutti.

L’insegnamento di “Italiano” nella nostre scuole medie superiori è epitome di questa straordinaria confusione di scopi, contenuti, metodi, valutazioni.

Insegnare italiano nel XX secolo: storia della letteratura

Prima degli ultimi sciagurati vent’anni, nel Ginnasio-Liceo Classico e nel Liceo Scientifico, ma anche nei Tecnici, l’insegnare italiano era nel primo biennio preparare al corso triennale di “Storia della Letteratura Italiana”. Facevano eccezione le scuole professionali, che erano strutturate su tre anni, e ancora negli anni Ottanta, chiamavano l’insegnamento di “Italiano” “Cultura italiana”.
Nei due Licei e nei Tecnici il corso di “Storia della Letteratura Italiana” era fondato sul canone di autori ed opere selezionato in età risorgimentale, integrato con le rivisitazioni dei successivi settanta-ottant’anni, ma sostanzialmente inalterato pur nella diversità dei paradigmi interpretativi: crociani, marxisti, strutturalisti, psicanalisti,… Dunque insegnare italiano agli italiani era essenzialmente svolgere un corso di storia letteraria.

Non entrerò ora nel merito della crisi nella ricerca universitaria nell’ambito della disciplina di “Storia della Letteratura Italiana”, che ovviamente ebbe conseguenze pesanti sull’insegnamento medio. Testimone di questa vicenda è l’opera di Remo Ceserani e Lidia De FedericisIl materiale e l’immaginario, ultimo tentativo, finora, di dare a questo insegnamento un altro assetto.

Mi interessa invece registrare che fin dagli anni Settanta del secolo scorso (e sono vicende di quasi cinquant’anni fa!) la scuola media inferiore e superiore diventava sempre più grande nel numero degli studenti. Nuovi problemi si ponevano agli insegnanti. Anzitutto lo scopo dell’insegnamento di italiano: in una scuola di massa a cosa deve tendere Insegnare italiano agli italiani? su quali contenuti, con quali modalità di comunicazione e di valutazione?

Svaniva la finalità di costruire attraverso il canone letterario quel terreno culturale comune condiviso dalla classe dirigente del nostro Paese. In questi tempi di revisione costituzionale mi sono imbattuta in un’intervista di Calamandrei. Non ricordo più a proposito di quale problema costituzionale, dice di essersi convinto a sostenere una determinata soluzione perché Togliatti (!) gli aveva ricordato i versi del XXII del Purgatorio. «Facesti come quei che va di notte, / che porta il lume dietro e sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte». Significa che tra persone così diverse per estrazione ed esperienza c’è un’educazione comune, costruita proprio dalla scuola, dove Dante è il centro del canone non solo letterario, ma anche etico che la scuola adotta. È difficile oggi immaginare un’impostazione culturale in cui si possa riconoscere un denominatore comune tra i politici quarantenni o trentenni, forse tra alcuni cinquantenni. Naturalmente non intendo dire che occorre tornare al bel tempo che fu. Dico solo che la scuola di oggi non compie il dover suo.

Insegnare italiano agli italiani nel XXI secolo

Ma a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, noi insegnanti di Italiano abbiamo fatto esperienze importanti e positive che avrebbero dovuto essere raccolte in un nuovo canone.

E il nuovo canone avrebbe dovuto essere alla base di una nuova articolazione della scuola media, inferiore e superiore. Invece non ci fu mai una vera riforma. Gli interventi successivi non mutarono mai la visione di fondo, semplicemente la distrussero.

Torniamo al vero problema che emerse in quegli anni di esperienze mai fatte prima. La scuola di massa ci mise di fronte ad allievi non italiani madrelingua e non perché stranieri, ma perché di madrelingua dialettale. Negli anni Ottanta, diceva Tullio De Mauro con la sua équipe di ricercatori, la metà degli italiani non era ancora di madrelingua italiana. E non solo del Sud: le mie esperienze personali sono lombarde e il fenomeno era visibile. C’erano anche studenti di madrelingua italiana, ma parlavano un italiano così modesto da rendere necessario un forte intervento educativo.
Da allora la situazione è peggiorata, perché la percentuale dei madrelingua dialettali è ancora altissima, e perché l’italiano parlato dai ragazzi oggi a scuola è ancora più povero e grezzo. E tralascio i problemi posti dalla presenza crescente degli alunni stranieri.

Quindi da un lato noi insegnanti di Italiano abbiamo smarrito il nostro canone letterario. Anche se nella Scuola e nell’Università i nostalgici, quelli della “deprecatio temporum”, non mancano e riescono, come sempre in Italia, a bloccare tutto. D’altra parte dare efficacia ad una vera educazione linguistica implicherebbe persuaderci ad abbandonare la via vecchia. Occorre imboccare la strada dell’ampia gamma di testi scritti (e detti) in italiano. Lo scopo è quello di costruire una vera competenza linguistica, propedeutica a tutto, a tutto quel che si studia in uno specifico ordine e grado di scuola.

In quest’ambito i testi letterari sono uno (soltanto uno) dei tipi di testo, e possono essere affrontati a livelli di complessità, diversi a seconda dell’età e del tipo di istituto degli alunni. Si possono leggere da lettori non sprovveduti romanzi e poesie senza fare un corso di “Storia della Letteratura”, che dovrebbe essere affrontato solo da chi in un scuola secondaria riformata (ricordo l’ultimo triennio berlingueriano, dai quindici ai diciotto anni) e poi in un corso universitario se ne vorrà occupare da specialista.

La padronanza linguistica come fattore comune di educazione

È alla padronanza della lingua, non alla storia letteraria, che deve essere affidata l’educazione comune a tutti.

Lo scopo di un buon corso di italiano nella scuola media (inferiore e superiore) è quello di educare italiani padroni della propria lingua in tutti i suoi aspetti, testuali e pragmatici, a diversi livelli di complessità sia per grado sia per ordine scolastico.

Fatte queste premesse, vi sarà chiara la finalità di ItalianaContemporanea, una scatola di Lego. Contiene, come tanti mattoncini non strutturati ma strutturabili, le scritture più diverse. Biografie, cronache, commenti, recensioni, relazioni, saggi, editoriali, sceneggiature, racconti e poesie (qualcuna!)… Ognuno può costruire con questi testi un proprio percorso di miglioramento nella comprensione di ciò che legge (o ascolta), e di sviluppo della propria scrittura.

Un buon corso di “Italiano” è un corso di “retorica”, ovviamente non nel senso deteriore della parola (anche se praticare la retorica insegna a evitarla, la retorica!), ma nel senso più alto. La retorica è l’arte di esprimere il proprio pensiero con chiarezza argomentativa, allineando fatti, narrazione di eventi, descrizione di persone e oggetti, … ; è gusto per la parola limpida, concreta, pragmatica, capace di significare con precisione e di parlare a tutti; in sintesi è esercizio di spirito critico. Cioè l’esatto contrario della credulità manipolata, la cui realtà è così forte oggi, come sempre … e come non mai.

È un bel curricolo, no?

Nanda Cremascoli – italianacontemporanea.org

Eindhoven, 10 novembre 2016