Inventare. Il testo letterario

Tra le tipologie testuali che esaminiamo su ItalianaContemporanea, merita ora qualche considerazione il testo letterario.  Anche questa varietà di testi ha in comune con gli altri il tessuto linguistico e retorico.  Tuttavia della lingua e delle figure retoriche i testi letterari fanno un uso speciale e questa è proprio la particolarità che li distingue da tutti gli altri tipi di testo. Il discorso letterario si serve infatti della lingua naturale come di materiale da plasmare, modificare, manipolare in modo tale da ottenere che il messaggio abbia una densità  di significato superiore a qualsiasi altro tipo di testo. Di questo parla Elio Vittorini quando, nella “Prefazione” a “Il garofano rosso“, pensa all’artista che ha fede: «… in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse , cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segretoche si è sottratto a ogni indagine». A questo pensa Leopardi quando scrive questi versi.

Qui su l’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti …

Anche se non avete mai letto La ginestra, è subito chiaro che questi sette versi evocano un’opposizione, tra un monte, il Vesuvio, e un fiore, la ginestra: il vulcano emerge in questi versi come potenza distruttiva, mentre il fiore è solo, cioè indifeso, ma profumato e certo non spaventato, pago di sé. E se si osserva con maggiore attenzione, si comprende anche come queste immagini siano evocate dinnanzi ai nostri occhi di lettori. Al vulcano si rifanno tre aggettivi in tre versi, tre settenari: arida (parola sdrucciola su cui cade uno degli ictus del verso, P3), fórmidábil (su cui cadono due ictus del settenario, P2 e P4), stérminatór (anche qui due ictus in P1, P4). Sono due gli aggettivi della ginestra: ódoráta (due ictus, P1 e P3) e conténta (ictus in P2). Solitari sono i suoi cespugli: a sottolineare la loro solitudine, il verso cambia, i cespi della ginestra non sono più in un settenario ma in un endecasillabo. Cambia il ritmo dei versi, cambia il loro respiro: prima l’invincibile potenza distruttrice della natura, poi la fragilità e la bellezza della vita e forse anche la sua saggezza.

La differenza tra la lingua naturale e la lingua letteraria è dunque nell’uso che delle risorse linguistiche viene fatto. Un’opera letteraria infatti non è una semplice rappresentazione di un mondo reale o fantastico che sia, ma è sempre un’interpretazione più o meno originale di quel mondo.  Anche quando il testo letterario sembra legato alla cronaca,  alla descrizione della realtà sociale, al racconto della vita di  un personaggio realmente esistito, è sempre il prodotto di un’invenzione dell’artista che lo ha creato. Non è mai “vera” la storia contenuta in un testo letterario, anche quando racconta fatti e personaggi magari esistiti realmente. La sua “verità” non è sul piano della realtà fattuale, storica, ma sul piano dell’immaginazione che ipotizza quel che non è, ma potrebbe essere, che si concentra su ciò che non si vede o non si vede ancora. È nell’inchiesta di questa sua verità che il testo letterario inventa un suo proprio linguaggio. Decifrarlo è comprendere i problemi che l’artista si è posto e come li ha affrontati, è afferrare l’emozione creativa dell’artista.

Per inventare liberamente, l’artista si dà delle costrizioni. Come dice Umberto Eco nelle “Postille”a “Il nome della rosa”: «In poesia la costrizione è data dal piede, dal verso, dalla rima (…). In narrativa la costrizione è data dal mondo sottostante (…) Si può costruire un mondo del tutto irreale in cui gli asini volano e le principesse vengono resuscitate da un bacio», ma solo dal bacio di un principe, o anche da quello di una strega? e il bacio di una principessa trasforma in principi solo i rospi o anche, poniamo, gli armadilli? Occorre cioè che ci siano strutture definite in partenza che costituiscano il punto di riferimento del testo. Strutture definite dall’uso lungo il tempo sono anche i generi letterari. 

S’è detto poco fa che i versi leopardiani sono versi di una “canzone”. Ebbene la “canzone” è una delle forme più antiche, forse la più illustre della poesia italiana, e qui Leopardi le dà una nuova identità. Ne è consapevole lui, l’artista, ne siamo consapevoli noi, i suoi lettori.

Ma non si deve credere che la classificazione dei generi letterari  abbia un valore normativo: i generi letterari si trasformano nel tempo, sono istituzioni assai mobili, e sono percepiti da letterati e lettori in modo diverso a seconda delle epoche e delle circostanze: un genere come la narrazione in prosa (la novella, il romanzo, …) ancora  nel Settecento era ritenuto basso , mentre dall’Ottocento assurge ai vertici del successo. I generi letterari non sono dunque “classi” in senso logico, sono piuttosto raggruppamenti di opere che autori e lettori in una determinata epoca sentono come appartenenti ad una medesima famiglia.  

Benché sia grande la varietà dei generi letterari ed ogni genere comprenda, per così dire, molte specie e varietà, si possono distinguere tre principali  famiglie di testi:  quella dei  testi narrativi, quella dei testi lirici e quella dei  testi drammatici .

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