G20. Un primo bilancio

Il summit non è stato l’Eden verde, ma ora il multilateralismo funziona. Commento di Gianni Riotta su LaStampa del 1 novembre 2021.


«Noi, i leader del G20, riuniti a Roma il 30 e 31 di ottobre, per affrontare le sfide globali più pressanti del momento e convenire sui comuni impegni per una migliore ripresa dalla crisi Covid-19 e innescare uno sviluppo, sostenibile e inclusivo, nei nostri Paesi e in tutto il mondo…»: inizia così, echeggiando il «We the People», preambolo alla Costituzione americana e alla Carta delle Nazioni Unite, la dichiarazione finale approvata ieri a Roma, alla fine dell’incontro tra le grandi potenze. Un testo lungo 9922 parole, nell’originale inglese, che sintetizza le faticose intese tra le nazioni, frutto di infinite riunioni degli «sherpa», delegati e diplomatici dei governi, fino ad Halloween.

I realisti, guidati dal presidente Usa Joe Biden, dicono che su vaccini e pandemia, ripresa economica e trattati fiscali, diverso modo di produrre e vivere per contrastare il cambio del clima, poteva andare molto peggio. Gli idealisti, la cui voce risuonerà alla Conferenza sul clima Cop26 di Glasgow, in Scozia, guidati da Greta Thunberg, controbattono che si doveva fare molto di più. I cinici rognano, nichilisti, che tanto non cambierà nulla. Leggendo, con cura, il testo finale si può dar torto ai cinici, e ragione a realisti e idealisti, ci sono passi avanti, molti di più andranno fatti, ma è falso che il G20 sia stato un fallimento.

Il valore più importante di quelle 9922 parole non consiste solo nelle scelte fatte, o promesse, ma soprattutto nel cambio di tono della politica internazionale, pressata dai movimenti sociali e dalle opinioni pubbliche. Il documento è stato sottoscritto, per esempio, anche dal premier australiano Scott Morrison, che annuncia, annota il Financial Times, di voler rendere neutre le emissioni nocive del suo Paese entro il 2050, quando, appena quattro anni fa, portò provocatoriamente un pezzo di carbone in parlamento, per irridere l’idea di fonti sostenibili ed economia verde.

Paragrafo dopo paragrafo, si rinvengono successi, compromessi e ritardi, imposti dai Paesi più legati alla produzione fossile, Cina, India, Russia. Inutile cercare la data 2050, che dagli Accordi di Parigi del 2015 in avanti, si sperava fosse deadline per render neutrali le emissioni nocive. Al punto 23 c’è un generico «entro o intorno a metà del secolo», che sfuma la scadenza decisiva, dando a Mosca, Pechino e New Delhi tempo per mantenere attive le linee di produzione più antiquate.

Il punto 28 delinea, con linguaggio contorto frutto di elaborati tira e molla, questa difficoltà, stop agli investimenti nazionali nel carbone «al più presto possibile», ma stop agli investimenti internazionali da subito, «fine del 2021». E al punto 21, un paragrafo altrettanto tormentato, si conferma il tentativo di tenere il riscaldamento del clima sotto la soglia di +1,5 gradi Celsius, evitando il disastroso +2, ma, anche qui, in modo sfumato. Si ragiona di investimenti internazionali nei Paesi poveri, rivendicati nel suo intervento dal presidente cinese Xi Jinping, senza offrire dettagli: da Cop26 di oggi, alle Nazioni Unite nel 2022, sarà questo il prossimo passaggio. Il punto 22 dell’accordo, infatti, conferma che la quota massima +1,5 gradi «deve rimanere raggiungibile», pur senza affermare che verrà raggiunta. Per comprendere quanto aspre siano state le trattative concrete, fuori da editoriali e slogan di piazza, quando è stato approvato il punto 21, è scoppiato tra i delegati un applauso commosso: mai, prima di ieri, il fatidico tetto del +1,5 era stato citato in un testo ufficiale G20. Se non ci sono dunque nuovi impegni per contenere l’uso nazionale del carbone, si controlleranno da adesso le nuove centrali all’estero e, al punto 26, per la prima volta, i Paesi G20, responsabili del 75-80% dell’inquinamento del pianeta, si impegnano a «ridurre le emissioni di metano in modo significativo».

«La lotta al cambio climatico è la sfida che definirà il nostro tempo» ha, con saggezza, ammonito il premier Mario Draghi, eppure invano cerchereste tra le 9922 parole del documento G20 la «lotta» per l’ambiente. Si «lotta contro la corruzione», punto 57, «il riciclaggio del denaro sporco», punto 59, «la disinformazione sui vaccini», punto 5, «la resistenza antimicrobica», punto 7, «Aids, tubercolosi, malaria», punto 8: sull’ambiente si negozia.

Sui 100 miliardi di dollari che i Paesi ricchi avevano promesso ai più poveri, per aiutarli a superare la dipendenza dall’energia fossile, il punto 10 resta vago, l’impegno «è benvenuto», ma sarà mantenuto appena possibile, senza scadenza fissa.

E sulla «questione morale» della disuguaglianza nella distribuzione dei vaccini, denunciata da Draghi, il testo prova a forzare la mano a governi e industria farmaceutica, ai punti 5 e 6, con il proposito di vaccinare almeno il 40% della popolazione mondiale contro il Covid-19 nei tre mesi che restano del 2021, per arrivare al 70% entro il 2022, riducendo l’impatto delle varianti tipo Delta. Al G20, i capi di Stato calcolavano che, finora, solo il 38,5% degli esseri umani abbia ricevuto il vaccino.

Gli idealisti bene, dunque, faranno a pressare governi, aziende e laboratori di ricerca perché la nostra economia abbandoni la dipendenza dal fossile, ma i realisti dovranno far sentire, altrettanto forte, la propria voce, nell’indicare i progressi fatti, impedendo a cinici e nichilisti di seminare sfiducia e rassegnazione. Roma 2021 G20, come Glasgow 2021 Cop26, non ci schiudono un Eden verde, non sarebbe stato razionale sperarlo. La contraddizione del nostro secolo è procedere verso un nuovo modello di sviluppo e scongiurare l’apocalisse ambientale, consapevoli però che lo stile di vita, e la stessa esistenza, di miliardi di esseri umani non possono esser mutate, o messe a rischio, con un decreto. Il vero successo del G20 all’Eur è aver confermato che abbiam superato il punto di non ritorno, l’economia sostenibile è la sola strada di salvezza, la collaborazione internazionale il solo metodo di lavoro. Verso questo risultato, solido e misurabile, la regia di Mario Draghi è stata considerata, da colleghi e media internazionali, perfetta.

Guida alla lettura

Vi proponiamo ora un’analisi del commento di Gianni Riotta alla conclusione del G20. Il testo è interessante perché presenta una propria valutazione del G20 appena concluso e l’argomenta, fondandosi su un’analisi puntuale del testo e su degli esempi e sulla narrazione di episodi.

Nella colonna di sinistra trovate il testo di Gianni Riotta, con sottolineatura dei nodi del testo che sono poi studiati nella colonna di destra, dove vi si chiede di intervenire completando o riassumendo.


«Noi, i leader del G20, riuniti a Roma il 30 e 31 di ottobre, per affrontare le sfide globali più pressanti del momento e convenire sui comuni impegni per una migliore ripresa dalla crisi Covid-19 e innescare uno sviluppo, sostenibile e inclusivo, nei nostri Paesi e in tutto il mondo…»: inizia così, echeggiando il «We the People», preambolo alla Costituzione americana e alla Carta delle Nazioni Unite, la dichiarazione finale approvata ieri a Roma, alla fine dell’incontro tra le grandi potenze. Un testo lungo 9922 parole, nell’originale inglese, che sintetizza le faticose intese tra le nazioni, frutto di infinite riunioni degli «sherpa», delegati e diplomatici dei governi, fino ad Halloween.

I realisti, guidati dal presidente Usa Joe Biden, dicono che su vaccini e pandemia, ripresa economica e trattati fiscali, diverso modo di produrre e vivere per contrastare il cambio del clima, poteva andare molto peggio. Gli idealisti, la cui voce risuonerà alla Conferenza sul clima Cop26 di Glasgow, in Scozia, guidati da Greta Thunberg, controbattono che si doveva fare molto di più. I cinici rognano, nichilisti, che tanto non cambierà nulla. Leggendo, con cura, il testo finale si può dar torto ai cinici, e ragione a realisti e idealisti, ci sono passi avanti, molti di più andranno fatti, ma è falso che il G20 sia stato un fallimento.

Il valore più importante di quelle 9922 parole non consiste solo nelle scelte fatte, o promesse, ma soprattutto nel cambio di tono della politica internazionale, pressata dai movimenti sociali e dalle opinioni pubbliche. Il documento è stato sottoscritto, per esempio, anche dal premier australiano Scott Morrison, che annuncia, annota il Financial Times, di voler rendere neutre le emissioni nocive del suo Paese entro il 2050, quando, appena quattro anni fa, portò provocatoriamente un pezzo di carbone in parlamento, per irridere l’idea di fonti sostenibili ed economia verde.

Paragrafo dopo paragrafo, si rinvengono successi, compromessi e ritardi, imposti dai Paesi più legati alla produzione fossile, Cina, India, Russia. Inutile cercare la data 2050, che dagli Accordi di Parigi del 2015 in avanti, si sperava fosse deadline per render neutrali le emissioni nocive. Al punto 23 c’è un generico «entro o intorno a metà del secolo», che sfuma la scadenza decisiva, dando a Mosca, Pechino e New Delhi tempo per mantenere attive le linee di produzione più antiquate.

Il punto 28 delinea, con linguaggio contorto frutto di elaborati tira e molla, questa difficoltà, stop agli investimenti nazionali nel carbone «al più presto possibile», ma stop agli investimenti internazionali da subito, «fine del 2021». E al punto 21, un paragrafo altrettanto tormentato, si conferma il tentativo di tenere il riscaldamento del clima sotto la soglia di +1,5 gradi Celsius, evitando il disastroso +2, ma, anche qui, in modo sfumato. Si ragiona di investimenti internazionali nei Paesi poveri, rivendicati nel suo intervento dal presidente cinese Xi Jinping, senza offrire dettagli: da Cop26 di oggi, alle Nazioni Unite nel 2022, sarà questo il prossimo passaggio. Il punto 22 dell’accordo, infatti, conferma che la quota massima +1,5 gradi «deve rimanere raggiungibile», pur senza affermare che verrà raggiunta. Per comprendere quanto aspre siano state le trattative concrete, fuori da editoriali e slogan di piazza, quando è stato approvato il punto 21, è scoppiato tra i delegati un applauso commosso: mai, prima di ieri, il fatidico tetto del +1,5 era stato citato in un testo ufficiale G20. Se non ci sono dunque nuovi impegni per contenere l’uso nazionale del carbone, si controlleranno da adesso le nuove centrali all’estero e, al punto 26, per la prima volta, i Paesi G20, responsabili del 75-80% dell’inquinamento del pianeta, si impegnano a «ridurre le emissioni di metano in modo significativo».

«La lotta al cambio climatico è la sfida che definirà il nostro tempo» ha, con saggezza, ammonito il premier Mario Draghi, eppure invano cerchereste tra le 9922 parole del documento G20 la «lotta» per l’ambiente. Si «lotta contro la corruzione», punto 57, «il riciclaggio del denaro sporco», punto 59, «la disinformazione sui vaccini», punto 5, «la resistenza antimicrobica», punto 7, «Aids, tubercolosi, malaria», punto 8: sull’ambiente si negozia.

Sui 100 miliardi di dollari che i Paesi ricchi avevano promesso ai più poveri, per aiutarli a superare la dipendenza dall’energia fossile, il punto 10 resta vago, l’impegno «è benvenuto», ma sarà mantenuto appena possibile, senza scadenza fissa.

E sulla «questione morale» della disuguaglianza nella distribuzione dei vaccini, denunciata da Draghi, il testo prova a forzare la mano a governi e industria farmaceutica, ai punti 5 e 6, con il proposito di vaccinare almeno il 40% della popolazione mondiale contro il Covid-19 nei tre mesi che restano del 2021, per arrivare al 70% entro il 2022, riducendo l’impatto delle varianti tipo Delta. Al G20, i capi di Stato calcolavano che, finora, solo il 38,5% degli esseri umani abbia ricevuto il vaccino.

Gli idealisti bene, dunque, faranno a pressare governi, aziende e laboratori di ricerca perché la nostra economia abbandoni la dipendenza dal fossile, ma i realisti dovranno far sentire, altrettanto forte, la propria voce, nell’indicare i progressi fatti, impedendo a cinici e nichilisti di seminare sfiducia e rassegnazione. Roma 2021 G20, come Glasgow 2021 Cop26, non ci schiudono un Eden verde, non sarebbe stato razionale sperarlo. La contraddizione del nostro secolo è procedere verso un nuovo modello di sviluppo e scongiurare l’apocalisse ambientale, consapevoli però che lo stile di vita, e la stessa esistenza, di miliardi di esseri umani non possono esser mutate, o messe a rischio, con un decreto. Il vero successo del G20 all’Eur è aver confermato che abbiam superato il punto di non ritorno, l’economia sostenibile è la sola strada di salvezza, la collaborazione internazionale il solo metodo di lavoro. Verso questo risultato, solido e misurabile, la regia di Mario Draghi è stata considerata, da colleghi e media internazionali, perfetta.

Incipit con citazione illustre (la Costituzione americana). Efficace per dare importanza all’idea centrale che sarà sviluppata: la dichiarazione finale del G20 di Roma è paragonabile a. Ere è “un testo lungo 9922 parole”. Anche il numero sottolinea l’importanza.






Le critiche al documento di tre diverse categorie di persone: realisti, idealisti e cinici. Il punto centrale che sarà argomentato è che “leggendo con cura” (dunque l’argomentazione si basa sull’analisi del testo) “ci sono passi avanti”, “è falso che il G20 sia stato un fallimento”. Segue l’argomentazione.





Argomento che sostiene l’opinione centrale prima esposta: “cambio di tono della politica internazionale . Esempio che documenta: l’adesione del premier australiano, che “appena quattro anni fa…”





Compromessi e ritardi ci sono e sono “imposti dai Paesi più legati alla produzione fossile”.

Analisi del testo in funzione argomentativi:” al punto 23…”


E analogo: “Il punto 28…” che dimostra….

Analogo: “E al punto 21…” che dimostra… riassumete qui quanto affermato a proposito del punto 21 e 22.

La difficoltà della trattativa sul punto 21 è argomentata anche dalla narrazione di un episodio: a voi completare, senza dimenticare il punto 26 che dimostra….









Altro esempio argomentativo della fatica della trattativa. L’espressione “lotta” usata dal premier italiano, compare nel documento G20 in contesti diversi da quello climatico: a voi indicare quali i contesti della parola “lotta”



Un altro esempio della laboriosità della trattativa: gli aiuti ai paesi poveri: a voi riassumere.


Altro esempio. I punti 5 e 6. Riassumete.









La conclusione. Quali azioni politiche sono giudicate importanti e da attuare? Dopo aver analizzato nel testo tutti i limiti del G20 quale è ritenuto il suo vero successo?

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Di Redazione

Già insegnante e dirigente nei Licei italiani, Ferdinanda Cremascoli è autrice di saggi pubblicati da La Nuova Italia, Bollati Boringhieri, Laterza sui temi della didattica della lingua e della letteratura italiana. Dal 2016 è admin di questo sito: https://www.italianacontemporanea.org.