Che cosa resterà di Ucraina e Russia

Cosa resterà di Ucraina e Russia? Un editoriale di Lucio Caracciolo pubblicato su LaStampa del 15 marzo 2022. In ItalianaContemporanea è rubricato nella pagina “Nel mondo“.


E poi? Quando le armi avranno cessato di tuonare, che cosa resterà dell’Ucraina e della Russia? E che cosa cambierà per l’Europa e per l’Italia?

Ragioniamo sullo scenario più favorevole. Ammettiamo che nel giro di una settimana o due si stipuli una tregua effettiva – non una pace vera, per la quale occorreranno decenni. Scontiamo insomma che un certo grado di violenza, più o meno controllata, tormenterà quella regione. Ma nella nebbia delle propagande qualcosa si intravvede.

Cosa resterà dell’Ucraina

L’Ucraina come la conoscevamo finora non esisterà più. Anzitutto per carenza di ucraini. Al momento dell’indipendenza se ne contavano 52 milioni, all’inizio dell’aggressione russa erano ridotti a circa 35. Domani qualche milione in meno, considerando la massa dei rifugiati. Poi, per riduzione di spazio. Impensabile che i russi accettino meno della conferma dell’annessione della Crimea, dell’indipendenza delle repubbliche di Donetsk e Luhans’k (di fatto russificate) e di qualche corridoio che colleghi i due territori strappati a Kiev. Inoltre, per diminuzione di status, per l’impossibilità di essere integrata nella Nato, a meno di riaprire il conflitto – o di allargare l’attuale, immaginando l’impensabile: sconfiggere la Russia senza aiuto diretto dell’America. Infine, per urgente necessità di ricostruire infrastrutture e città semidistrutte. Con l’economia al collasso e gli oligarchi che per trent’anni si sono contesi le risorse nazionali quasi tutti all’estero, a salvare il salvabile, cioè sé stessi. Per rinascere in spazi e contesti diversi l’Ucraina dipenderà dagli aiuti internazionali – che speriamo all’altezza della retorica di guerra – e dalla Russia, cui è inestricabilmente connessa, non solo per l’energia.

La Russia e la Cina

La Russia dipenderà in misura decisiva dalla Cina. La strana coppia nata nel 2014, quando Putin perse il suo riferimento ucraino e corse a Pechino considerando ormai sbarrata la via dell’Occidente, esce ammaccata dal conflitto. I cinesi si sono sentiti raggirati dal Cremlino, che non li aveva informati dell’invasione, quanto meno non nelle dimensioni effettive.

E infatti la Cina ha aperto un nuovo capitolo di dialogo con gli Stati Uniti, inaugurato ieri a Roma. Ma se il regime di Mosca fosse travolto dalla protesta popolare (improbabile), da una rivolta di palazzo (meno improbabile) o da una combinazione delle due (possibile), Xi Jinping perderebbe l’unico paese «alleato» – le virgolette sono d’obbligo. La Repubblica Popolare sarebbe completamente accerchiata da paesi nemici o inaffidabili. La Russia atterrata dalle durissime sanzioni americane ed europee sarà molto più fragile di quanto fosse il 23 febbraio. Oltre che ridotta per un periodo non breve a Stato canaglia, almeno per buona parte delle opinioni pubbliche occidentali. Non sappiamo fino a che punto Pechino vorrà pagare il conto dell’avventura russa.

E l’Europa, e gli Usa?

L’Europa è incognita massima. Un minuto dopo la sospensione delle ostilità, se non prima, vedremo riaffiorare le faglie geopolitiche fra Est e Ovest a stento coperte in queste settimane di emergenza bellica. Al di là del prezzo economico ed energetico, di cui per ora abbiamo un assaggio, saranno messi alla prova due dei tre dogmi su cui è fondata la Nato: «Americani dentro» e «tedeschi sotto» – sui «russi fuori» in teoria siamo tutti d’accordo, salvo che ciascuno interpreta il motto a modo suo. Noi italiani, tedeschi, francesi e spagnoli non vedremo mai l’impero russo come lo vedono estoni, lituani, polacchi o romeni. Questione di storie e culture diverse.

L’America conferma di essere alla prese con una crisi di identità che sconsiglia di imbarcarsi in nuove guerre. Lo farebbe solo se costretta dall’attacco russo a un paese Nato, comunque in misura diversa a seconda dello Stato aggredito (ricordiamo la «piccola incursione» che Biden avrebbe concesso a Putin). Dalla fatica imperiale deriva la diffidenza di parte delle élite e dell’opinione pubblica americana verso la Nato.

La Germania ha stabilito di non poter stare più «sotto» (l’America, s’intende). Già Merkel aveva annunciato che «bisogna riprendere il futuro nelle nostre mani». Scholz ha virato le parole in fatti. Investire nella difesa 102 miliardi nel 2022 e poi oltre il 2% del Pil negli anni a seguire significa vantare il terzo bilancio militare al mondo dopo Usa e Cina, davanti anche alla Russia. E soprattutto alla Francia. Se realizzata, questa svolta farebbe della Germania una potenza a tutto tondo. Almeno sulla carta. Perché la mentalità pacifista dominante all’Ovest – ma non nella ex Ddr, notevolmente filorussa – e la carenza di strategia e di legittimazione delle Forze armate minano l’efficienza dell’apparato bellico in costruzione. Le capacità militari senza sufficiente coscienza strategica né volontà di servirsene davvero possono produrre un corto circuito politico. E geopolitico, squilibrando i rapporti di forza con la Francia e il resto d’Europa.

E l’Italia?

Infine, noi italiani. Sorpresi dal ritorno in armi della storia in Europa, siamo sotto shock. Sarà bene riprendere subito contatto con la realtà. Ci attendono mesi e anni duri, non solo per effetto della guerra e per i cicli pandemici che speravamo esauriti. Nel male, potremmo almeno tentare di adeguare le nostre labili istituzioni al maremoto che ci minaccia. Per cominciare a dotarci di strutture statuali coerenti alla fine della pace europea. Conviene fermarci qui. Per non esagerare nell’azzardo sul futuro. Ma soprattutto perché abbiamo ragionato sullo scenario meno peggiore. Sugli altri è inutile farlo, perché appartengono al dominio della follia. O del caso. 

Guida alla lettura

Abbiamo suddiviso il testo in paragrafi dando loro un titolo per aiutarci disegnare una mappa mentale del testo. A voi, ora

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Author: Redazione