Batter la lastra

“Batter la lastra” è uno dei capitoli de La chiave a stella, un romanzo del 1978 costituito da una serie di racconti autonomi raccordati da una novella di cornice. Il racconto costituisce il settimo capitolo dei quattordici che compongono La chiave a stella, è dunque in una posizione centrale, e centrale è la sua riflessione morale sul lavoro umano. “Batter la lastra” è il racconto dell’apprendistato di Faussone nella boita, cioè nell’officina, del papà “battilastra”, un fabbro.

Ne riportiamo qui alcuni brani, tratti dal volume di Primo Levi, La chiave a stella, pubblicato da Einaudi. Su ItalianaContemporanea questo testo è nella pagina “Lavoro e felicità“.


Perché vede, il suo lavoro gli piaceva, e adesso lo capisco perché adesso a me mi piace il mio».

L’argomento era centrale, e mi sono accorto che Faussone lo sapeva. Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di piú, e con piú clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di piú; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge.
(…)
Mio padre voleva chiamarmi Libero perché voleva che io fossi libero. Non è che avesse delle idee politiche, lui di politica aveva solo l’idea di non fare la guerra perché aveva provato; per lui libero voleva dire di non lavorare sotto padrone. Magari dodici ore al giorno in un’officina tutta nera di caligine e col ghiaccio d’inverno come la sua, magari da emigrante o su e giú col carrettino come gli zingari, ma non sotto padrone, non nella fabbrica, non a fare tutta la vita gli stessi gesti attaccato al convogliatore fino che uno non è piú buono a fare altro e gli dànno la liquidazione e la pensione e si siede sulle panchine. Ecco perché era contrario che io andassi alla Lancia, e sotto sotto avrebbe avuto caro che io tirassi avanti con la sua boita e mi sposassi e avessi dei bambini e gli mostrassi l’opera anche a loro. E non creda, io adesso non faccio per dire nel mio mestiere me la cavo, ma se mio padre non avesse insistito, delle volte con le buone e delle volte no, perché dopo la scuola andassi con lui a bottega a girargli la manovella della forgia e imparassi da lui, che dalla lastra di trenta decimi tirava su una mezza sfera giusta come l’oro cosí a occhio, senza neanche la scarsetta, bene, dicevo, non fosse stato di mio padre, e mi fossi contentato di quello che mi insegnavano a scuola, garantito che ero attaccato al convogliatore ancora adesso».
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«…ma ha fatto a tempo a vedermi venire via dalla fabbrica e a incamminare questo mestiere che faccio adesso, e credo che sia stato contento: non me l’ha mai detto perché non era uno che parlasse tanto, ma me l’ha fatto capire in diverse maniere, e quando ha visto che ogni tanto partivo in viaggio certamente ha avuto invidia, ma un’invidia da persona per bene, non come quando uno vorrebbe le fortune di un altro e siccome non le può avere allora gli manda degli accidenti. A lui un lavoro come il mio gli sarebbe piaciuto, anche se l’impresa ci guadagna sopra, perché almeno non ti porta via il risultato: quello resta lí, è tuo, non te lo può togliere nessuno, e lui queste cose le capiva, si vedeva dalla maniera come stava lí a guardare i suoi lambicchi dopo che li aveva finiti e lucidati. Quando venivano i clienti a portarseli via, lui gli faceva come una carezzina e si vedeva che gli dispiaceva; se non erano troppo lontani, ogni tanto prendeva la bicicletta e andava a riguardarli, con la scusa di vedere se tutto andava bene.
(…)
Invece mio padre si è rimesso a lavorare come prima, a battere la lastra nella sua officina, un colpo qui e un colpo là, nel punto preciso, perché la lastra venisse tutta dello stesso spessore e per spianare le pieghe, lui le chiamava le veje. Gli avevano offerto dei posti buoni nell’industria, e piú che tutto nelle carrozzerie, che non era poi un lavoro tanto diverso: mia madre gliela contava tutti i giorni, di accettare, perché la paga era buona, e per via della mutua, della pensione eccetera, ma lui non ci pensava neanche: diceva che il pane del padrone ha sette croste, e che è meglio essere testa d’anguilla che coda di storione: perché era uno di quelli che vanno avanti coi proverbi. Ormai le pentole di rame stagnato non le voleva piú nessuno perché c’erano in bottega quelle d’alluminio che costavano di meno, e poi sono venute quelle d’acciaio inossidabile con la vernice che le bistecche non si attaccano, e soldi ne entravano pochi, ma lui di cambiare non se la sentiva e si è messo a fare gli autoclavi per gli ospedali, quelli per sterilizzare i ferri delle operazioni, sempre di rame, ma argentato invece che stagnato. È stato in quel periodo che si era messo d’accordo con i suoi amici per fare quel monumento al panettiere che le ho detto, e quando gliel’hanno rifiutato gli è rincresciuto e si è messo a bere un po’ di piú. Non lavorava piú tanto, perché le ordinazioni erano poche, e a tempo perso faceva delle altre cose con una forma nuova, cosí per il piacere di farle, delle mensole, dei vasi per i fiori, ma non li vendeva, li metteva da una parte oppure li regalava. Mia madre era brava, molto di chiesa, ma mio padre non lo trattava tanto bene. Non gli diceva niente, ma era rustica, e si vedeva che non aveva tanta stima: non si rendeva conto che quell’uomo, finito il suo lavoro, per lui era finito tutto. Non voleva che il mondo cambiasse, e siccome invece il mondo cambia, e adesso cambia in fretta, lui non aveva la volontà di tenere dietro, e cosí diventava malinconico e non aveva piú voglia di niente. Un giorno non è venuto a desinare, e mia madre l’ha trovato morto in officina: col martello in mano, l’aveva sempre detto».

Guida alla lettura

I brani scelti dal capitolo sono quattro. Di ciascuno si può individuare il tema.

Il primo è una riflessione sul lavoro umano: riassumetela nei suoi punti cardinali.

Il secondo e il terzo brano scelti raccontano l’idea di libertà nel lavoro del padre di Faussone. Due cose non gli vanno del lavoro in fabbrica: individuatele.

Il quarto brano infine tocca il tema più difficile, quello del cambiamento: il lavoro umano muta e nel nostro secolo e in quello precedente si trasforma con grande rapidità. Che succede al padre di Faussone?

Il padre di Faussone ne La chiave a stella compare in altri due racconti. In “Off shore” per via di una bufera di neve in Alaska e subito dopo, sempre nello stesso episodio, per via di un derrick portato ingegnosamente in mare e lì innalzato sul fondale: sembra l’emergere grandioso di un’isola, ma è un’isola fatta da uomini che hanno compiuto un’impresa simile a quella di Dio, creatore del mondo, almeno così sente Faussone. Mentre guarda la torre che s’innalza e si stabilizza, si commuove. Pensa a suo padre. L’amore per il lavoro del padre di Faussone compare anche nel racconto “Tiresia”, in cui sono messi a confronto il mestiere del montatore, quello del chimico e quello dello scrittore … Vi invitiamo a leggere!