Attacco al cuore di Kabul

Attacco al cuore di Kabul. Esplosioni all’aeroporto. Settanta afghani morti, uccisi anche 12 marines. L’Isis rivendica l’attentato

Cronaca di Francesco Grignetti per LaStampa del 27 agosto 2021. Pubblicata su ItalianaContemporanea nella pagina “Afghanistan“.


Il sangue si mescola all’acqua, e alla merda. L’odore dell’esplosivo copre quello di urina. I corpi galleggiano sul canale di scolo che costeggia l’aeroporto. E poi tanti resti umani sparsi. Le povere cose abbandonate dai profughi si sovrappongono a quanto resta di una pattuglia di marines. 

Le immagini che ci rimbalzano dall’Abbey Gate, l’ormai famoso cancello dove per giorni si è accalcata un’umanità dolente in fuga, nella speranza di essere tirati su dal muro, tutti lì con i piedi proprio nella putrida acqua dello scolo, sono raccapriccianti. I sopravvissuti stessi tirano fuori i telefonini e fissano l’immagine della barbarie. È la loro forma di resistenza, di dire no a chi voleva così ignobilmente colpirli, in quanto rinnegati che sperano in un passaggio verso Occidente, e insieme voleva colpire almeno l’ultimo soldato americano. E non solo: l’attentato voleva colpire anche i taleban, per far capire che la guerra non è affatto finita. Anzi. Ne comincia un’altra tra fanatici islamisti. I kamikaze dell’Isis-K, tanto attesi, tanto temuti, alla fine hanno colpito. Un doppio attacco in contemporanea, che peraltro non termina con le prime esplosioni, ma prosegue ore dopo, con altre due esplosioni. Il primo obiettivo è il cancello dove ci sono i marines di guardia, a filtrare i documenti di chi implora per un passaggio. Dopo giorni di attesa e di calca, uno o più kamikaze imbottiti di esplosivo sono riusciti a farsi largo tra la folla, sicuramente con qualche complice ad aprire gli strada, forse donne per sembrare inoffensivi. È un attimo. Quando i kamikaze si sono avvicinati abbastanza ai marines, si sono fatti esplodere. Ed è stata una carneficina. 

Non soltanto 12 marines sono morti e altri 15 sono feriti gravemente, ma almeno 72 sono le vittime tra gli afghani: uomini, donne, e soprattutto bambini. Centinaia i feriti. Nessuno tra i militari italiani.

«Ci sono resti umani ovunque», racconta concitato un testimone alla televisione afghana che lo intervista davanti all’ospedale. Davvero un orrore senza fine. «È stata un’esplosione grande, fortissima, violenta. L’abbiamo sentita bene. Veniva proprio dal punto in cui si trovavano gli americani», ha raccontato Sayed, ex interprete per gli italiani e capitano dell’esercito afghano, uno di quelli che a migliaia attendeva di passare. «Io e la mia famiglia eravamo lì coi nostri due bambini, ci stiamo da quattro giorni. Tanti sono morti. Siamo fuggiti il più lontano possibile». Conferma un ex interprete per le forze britanniche: «È stato come il giorno del giudizio universale, persone ferite ovunque. Ho visto persone correre con il sangue sui loro volti e sui corpi». «Hanno ucciso tre persone davanti ai miei occhi. Il canale è diventato color sangue», ha scritto in un messaggio una ragazza afghana alla ong Cospe di Firenze. 

Sono le donne e soprattutto i bambini a pagare il prezzo più alto perché le famiglie che erano in attesa di fuga hanno tutte molti figli con loro. «Ci arrivano messaggi disperati di madri che cercano i loro bambini nella calca dopo l’attentato. Poco fa, una di loro ci ha detto di avere ritrovato i suoi figli che aveva perso», raccontano dalla onlus Pangea che si sta adoperando per mettere in sicurezza molte donne. «Per loro è il momento peggiore. Sono state picchiate dai talebani, senza acqua né cibo, aspettavano lì che aprissero. Ci sono bimbi che svengono, che si mettono le mani sugli occhi e nelle orecchie per non vedere il terrore. Siamo sommersi da richieste di aiuto».

Eppure si sapeva. C’era stata un’informativa della Cia, girata ai taleban e all’intelligence alleata, che riferiva di un attacco ormai imminente. Si sapeva, dunque. Ma c’era ben poco da fare. Ho visto personalmente la squadra di marines che smontava il turno, ieri sera, sia al North Gatem sia all’Abbey Gate, e quella che subentrava. I marines fanno turni da 12 ore, quindi quelli che ho visto prendere posizione sapevano di essere destinati quasi sicuramente a morte certa. E gli ho letto in faccia la rabbia e la paura. 

L’unica speranza di farla franca, incredibilmente, era stata affidata ai taleban. Perché questo è l’esito paradossale del folle agosto afghano. Siccome non c’è misura di sicurezza che si possa prendere se un kamikaze si avvicina mescolato nella folla, e gli americani erano costretti a far avvicinare la folla, l’unica via era tenerli lontani. Tutto lascia pensare che di questo abbiano parlato il direttore della Cia e i capi del nuovo governo nei giorni scorsi. 

Le diverse informative dei servizi segreti Usa, che non hanno certo mollato la presa su Kabul, era stata «girata» ai vecchi nemici. Perché provassero a tenere lontani quelli dell’Isis-K. La solita immortale logica per cui il peggior nemico del mio nemico, è mio amico. 

Anche per questo motivo i taleban nei giorni scorsi avevano chiuso i posti di blocco più esterni e lasciavano passare solo chi aveva un passaporto occidentale. Perché ai loro occhi quest’attentato è la cosa peggiore che potesse accadere e hanno disperatamente provato a impedirlo. 

«Ci auguriamo che sia un caso sporadico», dicono intanto fonti della Nato. Ma pessimiste. «Nel medio periodo l’Afghanistan rischia di diventare un campo di battaglia tra islamisti. L’Isis vuole far capire ai taleban che la partita non è finita. I taleban, che per il momento non controllano nulla perché sono appena 3500 miliziani per una città di cinque milioni di abitanti, presto si dedicheranno a dare la caccia a questi loro nemici». Non è un caso che i taleban tra le prime iniziative hanno fatto togliere un certo numero di barriere anti-kamikaze. Il messaggio è che loro soltanto porteranno pace e ordine.

Quanto fossero nel mirino anche loro, ora che sono scesi a patti con il diavolo americano, lo dimostra il secondo attentato della giornata. Un’autobomba è esplosa contro un check-point di taleban dalle parti dell’hotel Baron, a poca distanza dall’aeroporto. L’hotel è noto per avere ospiti statunitensi, ma stavolta non era il target. Volevano uccidere i miliziani che «proteggevano» i marines. 

Nel frattempo, le operazioni di rimpatrio correvano a tutta velocità. Perché era chiaro a tutti che ogni ora di più aumentava esponenzialmente a rischi. Dopo l’attentato, e dopo che si sono segnalati anche spari in aria, ma Ed è che è tutto da dimostrare quanto fossero collegati ai kamikaze, le piste sono state chiuse per sicurezza. I cancelli sbarrati. La folla si è dispersa nel panico. Ed è stato il momento di portare via i feriti in tutti i modi: a mano, con le carriole, con le barelle, con i taxi.

E ora le ultimissime fasi del ponte aereo sono in stand by. I tedeschi hanno finito in tempo. Inglesi e francesi sono agli sgoccioli. Gli italiani avevano evacuato 551 persone a bordo degli aerei dell’Aeronautica e c’erano in programma l’ultimo volo per 120 afghani, da tenersi entro la mezzanotte, più un altro C130J per evacuare il personale militare e il console Tommaso Claudi. Ora si attende solo un’opportunità per portare via tutti. 

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