Le abitudini domestiche: lotta all’entropia, bisogno di razionalità

Le abitudini domestiche: lotta all’entropia e bisogno di razionalità. Le abitudini domestiche sono rito quotidiano delle nostre madri; buona battaglia contro la polvere, il disordine; lotta contro l’entropia delle case; ma anche segno di un bisogno profondo di fiducia, nella chiarezza mentale nella razionalità nella semplicità. Per questo le abitudini domestiche sono tenaci e commoventi.

Ma attenzione a non idealizzare le mamme di noi figlie che siamo nate negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Le abitudini domestiche di lotta contro l’entropia deve avere una misura, la razionalità non è solo una casa linda. Insomma anche le mamme hanno dei difetti!

E… non lasciatevi coinvolgere troppo. Sul profumo delle polpette di mamma proustianamente evocato, … io ho ceduto! Un corsivo spiritoso e lunghetto (1325 parole), ma anche intenso di Flavia Perina.

Questo corsivo è stato pubblicato su LaStampa del 18 settembre 2022. In ItalianaContemporanea è rubricato nella pagina “Genere linguistico“. Tempo di lettura 7 minuti circa. È disponibile anche la versione audio in fondo a questa pagina.


A me, a noi, a quelle della mia generazione non succederà: la badante la assumeremo subito, al primo malanno serio, e chisseneimporta se lava i piatti alla polacca (insaponandoli a secco) o alla peruviana (insaponando e sciacquando pezzo per pezzo neanche fosse al torrente): nessuna, credo, qualifica il lavoro domestico come elemento di identità o addirittura dovere esistenziale. Ma per le nostre madri è un’altra cosa. La frase «cerchiamo una badante» è il campanello del fine partita, lo spettro dell’inutilità, la certificazione di un definitivo declino. «La badante no!» è la frase che ognuna si è sentita ripetere, in tutte le sue variazioni: caccia questa badante, sono stufa di questa badante, ho mandato via la badante. E si dovrà, anche qui, certificare una sostanziale differenza maschio/femmina perché l’uomo anziano, e persino il vecchissimo, con la badante ringalluzzisce, si raddrizza, e una immaginaria fotogallery del “prima” e “dopo” mostra signori pre-badante accasciati in tuta sul divano che si trasformano, post-badante, in canuti damerini con la camicia stiratissima e il bastone, pronti per il loro giretto sottobraccio a Irina, Magali, Marcela, Katia. 

La legione delle badanti
Secondo l’ultimo rapporto Domina le persone impiegate nel lavoro domestico in Italia sono salite a oltre due milioni in pochi anni. Oltre la metà, il 51,7, è impiegato dagli over70 ed è quindi immaginabile che appartenga alla categoria badanti. L’aumento di assunzioni nell’ultimo anno è stato enorme, 8,5 per cento su base nazionale, con punte estreme del più 18 per cento in Puglia e del 21 per cento in Basilicata. L’urlo delle madri anziane – «la badante no!» – dunque sta perdendo la partita. Lo ha sconfitto il Covid e il grande terrore dei mesi del lockdown, quando ogni figlio ha temuto non solo per il possibile contagio dei suoi vecchi ma per l’isolamento, la difficoltà di fare la spesa, il televisore fulminato, l’allagamento da temporale, la solitudine, il maledetto cellulare al quale i grandi anziani come i ragazzini non rispondono mai perché è scarico, è andato in silenzioso, non lo trovavo. 

Come-dio-comanda
E tuttavia la tenace lotta delle nostre madri e nonne per liberarsi della badante continua, con infinita casistica. L’accusa di furto di cose inutilissime (i sottopiatti con la stella di Natale, i cucchiaini con il manico a gondola). La quotidiana lamentela per le cose mai fatte come-dio-comanda, per i risvolti del lenzuolo troppo alti o troppo striminziti, per le mollette piazzate a caso sul bucato. E di lì in avanti è tutto un «guarda come stende!», «guarda come rifà i letti!», «guarda come tiene la scopa (o l’aspirapolvere, o lo straccio, o l’armadietto dei detersivi)». Nell’aneddotica infinita raccontata dalle amiche c’è persino la madre che fotografa la piantina di basilico secco e la pasta scotta per mandarlo alla figlia, a seicento chilometri di distanza, con la frase: «Guarda cosa mi combina, oggi la caccio!». 

L’odore di casa
E’ una partita che fa arrabbiare e commuove al tempo stesso. E’ una partita rivelatrice. Racconta cosa hanno rappresentato la casa e la famiglia per le nostre madri. Illumina di una nuova luce quelle che chiamiamo “abitudini”. Ci fa riflettere sul loro carattere rituale, la messa laica officiata ogni giorno, per anni, da donne che per lo più esercitavano il loro potere tra le mura domestiche. Che sfaccendassero da sole o istruendo cameriere, l’housekeeping fatto come-dio-comanda è stato il credo indissolubile delle nostre madri che ancora oggi ci fa riconoscere a occhi chiusi l’odore delle loro case, dei loro sformati, persino dei loro pavimenti quando li lavano loro, e se ci capita di tornare a dormire nel nostro letto di ragazze ci sprofonda in una combinazione tattile diversa da ogni stanza, albergo, luogo dove ci siamo sdraiate. 

In prima linea
La battaglia contro la polvere, il disordine e l’entropia delle case è stata il cimento a cui si sono votate per anni. Non a caso, secondo ogni statistica, l’Italia ha gli appartamenti più puliti d’Europa, quelli dove si dedica più tempo a lavare e stirare (4,2 volte a settimana contro le 3 di svedesi e inglesi). Con il Covid e il lockdown questo tipo di faccende ha toccato il parossismo, la mania ossessivo-compulsiva, come dimostra il boom degli apparecchi di pulizia: 700mila esemplari di Folletto venduti in un anno, nonostante il prezzo non proprio popolare e il fatto che in una casa su tre ce ne fosse già uno. Solo la Campania ne ha comprati 100mila, solo la Lombardia ne ha voluti 90mila, quasi tutti nella versione Top (che, come recita il manuale, «comprende la spazzola motorizzata tappeti-pavimenti, la “Pulilava” che aspira e lava in un solo passaggio e il kit specifico per materassi e imbottiti»). E’ difficile tollerare che un’altra, spesso straniera e poco adusa alle nostre ossessioni, si sostituisca sulla prima linea della guerra agli acari. 

Lo stufato di mamma
E poi, il cibo. Tra i consigli che seguono gli alpinisti estremi per superare il rischio fatale dell’inappetenza collegato all’altitudine e alla carenza di ossigeno, c’è quello di portare con se’ i piatti preferiti dell’infanzia, preparati in casa e disidratati: il loro profumo, il profumo dello stufato o delle polpette cucinate da mamma, accende la fame e risveglia i succhi gastrici anche a ottomila metri. Quale badante, quale filippina o rumena o indiana appena iniziata ai segreti del ragù o dello stracotto può replicare il miracolo? E come pensare che le nostre madri si rassegnino con facilità a qualcosa di meno, dopo aver fatto del cibo il guinzaglio con cui tenevano insieme adolescenti riottosi, mariti distratti, famiglie incasinate? La tagliola del come-dio-comanda scatta soprattutto a tavola, tanto che i siti specializzati suggeriscono alle badanti in cerca di lavoro di mettere in luce nei colloqui, se possibile, più delle abilità infermieristiche, più dell’esperienza con allettati e carrozzelle, le capacità ai fornelli: «Dite in modo chiaro quali piatti della tradizione italiana sapete cucinare, e nelle referenze pregate gli ex-datori di lavoro di segnalare questa vostra abilità». 

Le “co-celebranti”
E infatti, l’unico caso in cui la badante è accettata, anzi amata, è quando si tratta di una vecchia cameriera rimasta a servizio per decenni, e quindi co-celebrante da molto tempo del rito della casa e della tavola. L’effetto collaterale è una complicità potenzialmente catastrofica. Nel canestro degli aneddoti in materia emerge la storia dell’anziana madre di un’amica, vedova da molto, diabetica e sovrappeso, a dieta stretta ma apparentemente immune all’insulina anche in dosi altissime e croce dei suoi figli che le fanno girare mezza Italia per scoprire le ragioni di questa immunità, della glicemia sempre alle stelle, della pressione incontrollata, salvo poi scoprire che la fidata Loredana – da una vita in famiglia – le cucina di nascosto pizza fritta e tiramisù dicendo «poverina, è l’unico piacere che le resta». Fu licenziata in tronco. Continuò a portare di nascosto supplì e crocchette alla ex-padrona. La sequela di straniere che seguirono nell’incarico furono bullizzate, una dopo l’altra, fino allo sfinimento e alla disperazione di tutti. 

Una specialità locale
Ecco, «la badante no!» alla fine è anche l’estremo espediente del materno italiano per suscitare sensi di colpa e quindi sottomissione. E’ una nostra specialità, come le lasagne. Appartiene al vocabolario delle mille frasi manipolatrici pronunciate per domare i figli o quantomeno piantargli una spina nel fianco: così fai piangere mamma, mi farai morire di crepacuore, ricordati chi ti ha messo al mondo, quando sarò morta te ne pentirai, te ne approfitti perché sono tua madre. Serve a uno scopo semplice: evitare di farci dormire sonni tranquilli quando, alla fine, la badante la assumeremo comunque. Abbiamo fatto piangere mamma e toccherà ripagarla scapicollandoci a ogni squillo, a ogni allarme, a ogni piantina di basilico seccata. Anche per questo, guardando al nostro personale futuro e alla nostra terza o quarta età ci diciamo che noi siamo diverse, che non faremo tante storie, anzi la badante ce la prenderemo con entusiasmo comunque lavi i piatti, rifaccia i letti, usi l’aspirapolvere, perché non siamo cresciute col mito della regina della casa, eccetera eccetera. Ma poi, vai a vedere se è vero.

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