Talebani: andate tutti via

Talebani: andate tutti via entro il 31 agosto. I turbanti neri alzano la voce: via le truppe straniere entro il 31 agosto. Mentre mettono in moto la macchina governativa

Cronaca di Giuliano Battiston su Lettera22 del 25 agosto 2021. In ItalianaContemporanea è rubricata nella pagina “Afghanistan“.


Il tempo sta per scadere. Chi deve fare le valigie, le faccia in fretta e lasci il Paese. “Non faremo deroghe”. Dalla posizione di forza che si sono conquistati sul terreno militare, i Talebani alzano la voce: il 31 agosto ci aspettiamo che tutti i soldati stranieri se ne vadano. Altrimenti sarà considerata un’estensione dell’occupazione. Così uno dei portavoce del movimento che, di fronte alle voci sempre più insistenti su un possibile prolungamento della presenza dei soldati Usa per completare l’evacuazione, minaccia serie “conseguenze”. 

Il 31 agosto è la data fiduciosamente scelta dal presidente Joe Biden per completare il ritiro delle truppe a stelle e strisce. Biden si aspettava un ritiro responsabile, ma ora deve ammettere che il processo di evacuazione è difficile. Senza giri di parole, un gran caos, come testimoniano gli almeno 20 morti di questi giorni all’aeroporto e le scene quotidiane di drammatica difficoltà a raggiungere i voli che dovrebbero trasferire gli afghani più vulnerabili, perché considerati “collaborazionisti”. Da Londra, il primo ministro Boris Johnson sembra intenzionato a chiedere esplicitamente a Biden di restare più a lungo. Anche la Francia punterebbe a un’estensione. Ma gli appelli a Washington mancano il bersaglio: a Kabul non comandano più gli americani, ma i Talebani. Gli stranieri, che fino a poche settimane fa minacciavano i turbanti neri dicendo loro “occhio a come vi comportate”, potranno proseguire con le evacuazioni soltanto affidandosi alla loto benevolenza.


Ieri mullah Yacoob, figlio del fondatore dei Talebani mullah Omar e a capo della Commissione militare, ha assicurato che presto verrà annunciato il nuovo governo. L’attesa, spiega Yacoob, dipende dal tentativo di dare ai cittadini un governo forte e che “soddisfi le speranze, i sacrifici e rappresenti tutti i segmenti della società”. Forse perfino gli interessi dei “panjshirì”. Dalla valle del Panjshir, il figlio del comandante Masud ha ribadito quanto già sostenuto giorni fa: siamo pronti a combattere per difendere libertà e sovranità afghane. Ma preferiamo trovare una soluzione negoziale. Le dimostrazioni di forza di queste settimane non impensieriscono i Talebani. Che hanno riconquistato velocemente alcuni distretti finiti nelle mani della “resistenza”, isolando ulteriormente la valle del Panjshir. Gli studenti coranici sanno che l’esibizione di muscoli degli eredi dell’Alleanza del nord è una partita mediatica, interna ed esterna, per ottenere di più da eventuali finanziatori stranieri e al tavolo negoziale con i nuovi conquistatori di Kabul, i Talebani.


Che puntano all’essenziale: soldi, fede, istruzione. Ieri è stata annunciata la nomina di Haji Mohammad Idris come governatore a interim della Banca centrale. Un modo per rassicurare il Paese, in fibrillazione per la grave crisi economica. E a due passi dall’Hotel Intercontinental, nell’enorme sala governativa per gli incontri della Loya Jirga, le assemblee di rappresentanza e deliberazione, si sono radunati centinaia di mullah e religiosi. Sul palco c’erano i membri della Commissione di indirizzo religioso dei Talebani. Ai lati, i bandieroni bianchi con scritte nere degli studenti coranici. Su una delle pareti, curiosamente sventolava ancora il tricolore nazionale, quello issato nei giorni scorsi in segno di protesta dai manifestanti a Kabul, Jalalabad, Khost. 

L’ultima volta che abbiamo visitato la sala congressi era il maggio 2019. Il presidente Ghani, inimicandosi quasi tutto l’arco politico, aveva voluto tenere una Loya Jirga di tre giorni. Cercava legittimazione personale e il via libera per dialogare con i Talebani. Oggi vive negli Emirati arabi uniti e nel palazzo presidenziale ci sono loro, gli studenti coranici. Che pensano al futuro: il responsabile della Commissione culturale, Abdul Hakim Hemat, in un incontro tenuto al ministero dell’Istruzione ha promesso che i Talebani creeranno un sistema educativo senza precedenti. L’ha definita una promessa, ma per molti è una minaccia.


Molto più realistica di quelle che arrivano da Washington, dove continua lo scaricabarile. Ieri il segretario di Stato Antony Blinken è tornato a parlare dell’ex presidente dell’ormai defunta Repubblica islamica, Ashraf Ghani, su cui già Biden aveva provato a scaricare gran parte della responsabilità del collasso istituzionale. Blinken ha ricordato di aver sentito Ghani poche ore prima della disfatta finale di Kabul e della sua fuga dal Paese (qualcuno dice con un bel malloppo). Ghani gli avrebbe assicurato che avrebbe “combattuto fino alla morte”, appena prima di fuggire. Peccato che Blinken finisca per chiamare Ghani con il nome sbagliato: quello di Hamid Karzai, anche lui presidente, ma fino al 2014. E anche lui, come Ghani, prima coccolato da Washington, poi scaricato perché poco malleabile.


Ghani è stato davvero poco malleabile. Ha tenuto il punto fino alla fine, anzi alla fuga. Dopo mesi e mesi di insistenza da parte di Washington e di altre cancellerie affinché si dimettesse per dare vita a quel governo a interim, di transizione, che avrebbe forse evitato la presa del potere da parte dei Talebani per via militare, così velocemente. Ma per farlo cedere Biden avrebbe dovuto alzare la voce. Usare quella forza che oggi, a pochi giorni dal ritiro completo, il presidente degli Stati Uniti minaccia inutilmente di usare contro i Talebani, nel caso si mettano di traverso durante il fuggi fuggi degli americani

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